
cambio al binario è un appuntamento a scadenza irregolare dove due blog
Chair King e Non coprire
si danno il cambio su un argomento comune
ecco il n. 1:
natale
Il reparto avicolo
Le ali di pollo erano le cose che più speso potevo permettermi di comprare al supermarket. Di tagliatori di teste ne avevo visti tanti negli anni, c'era stato quello garbato e conciliante, lo sfacciato e nevrotico, l'ipocrita, e persino il crudele – quello che ci godeva a mandarti per strada ad inizio gennaio. Ero passato indenne a tutti, tutti avevano sempre pensato a me come ad uno ancora necessario all'azienda, in grado di dare il suo apporto alla causa; ma poi niente. Un tagliatore qualsiasi, uno senza qualità apparenti, uno anonimo, uno di quelli che sai cosa sta facendo, ma di cui sai anche che lo sta facendo e basta. Un buon terzino, uno che arriva, cerca il fondo e mette un cross, non certo Maldini. Eppure fu proprio lui a mettermi fuori. Era di gennaio, appunto, quando venni convocato e messo in attesa, da solo in una camera iperbarica in cui potei acclimatarmi alla merda che da quel giorno avrei dovuto farmi diventare familiare. Una voce scandì il mio nome, sillabe pronunciate senza cadenze o accenti regionali, venne pronunciato come da degli estranei per un estraneo. Pensai al meglio, a qualcosa tipo proposta, ma invece mi fu messa di fronte l'alternativa unica. Licenziato per motivi di forza maggiore, non più utile alla causa se non nel farsi da parte, sgravando l'azienda da uno stipendio fatale in tempo di crisi. Il tagliatore mi guardò, poi guardò il foglio, io non ebbi da dire nulla, solo firmare e prendere a prestito come giusta causa un periodo di difficoltà mondiale. Disoccupato e col morale sotto i tacchi, senza scatole da riempire, senza servizi al telegiornale, disoccupato e basta.
Le ali di pollo dicevo, ne mangiavo a dozzine, costavano poco, un vero surrogato del mondo che conta. In pochi grammi di carne bianca, ossa e qualche penna – scampata alle macchinette pulitrici dei pollai – sembrava si potesse riporre la mia tranquillità. Il giro al supermarket quel giorno fu il solito, ampio e lento, così come a disegnare una traiettoria di benessere, un modo per illudere chi mi stesse vedendo, d'essere ancora una persona in grado di permettersi tutto ciò di cui aveva bisogno. In realtà continuavo a surrogare le mie voglie e le mie necessità in quelle stupide ali di pollo che mi permettevano di non confrontarmi con nessuno. Nessuna parola, nessun rapporto; estratte da un banco frigo, così come dei calzini in una mattinata qualunque, le ali di pollo erano il modo in cui le mie vergogne venivano inabissate: un catalizzatore sociale di fallimenti. Ne presi una confezione impacchettata su di un fondo in polistirolo e sigillata con del cellofan trasparente, ma poi, in quel silenzio profondo in cui vivevo, entrò una voce, un suono gentile che oramai non ero nemmeno più in grado di distinguere.
“Potresti variare” mi disse e lo fece con l'autorità che quella sua divisa bianca, corredata da berretto blu, sembrava donargli a prescindere. “Potresti passare ad altro” continuò.
Addetta al reparto macelleria, o mia cara ragazza, so che anche a te le cose vanno niente bene, sei costretta da norme igienico sanitarie a tenere i capelli raccolti in una cuffietta di cotone grezzo che ti fa apparire tanto più vecchia di quanto non sei. Insabbiare in inutili packaging carni provenienti da allevamenti industriali è un mestiere che non hai scelto, che ti sei ritrovata cucita addosso a causa della tua voglia d'indipendenza, o del fatto che con una laurea in lettere oggi giorno si finisce a impacchettare polli. Parli, fai della scienza medica, ma la tua saggezza è contraddittoria in luogo di un'alimentazione collettiva oramai per niente corretta. Pensi, addirittura, di poter riconoscere in me uno di quelli verso cui solitamente imprechi, uno che ha fatto ciò che voleva, uno che non conosce il beneficio del dubbio. Sai mia cara, non basterà questo tuo consiglio buttato al vento a riappacificare, a riavvicinare, a serrare le fila di una società oramai in decrepito declino, non basteranno tutti i tuoi sforzi, no non basteranno. Ma tutto ciò restò nella mia testa, in un silenzio incorniciato dall'imbarazzo, riuscii solo a dire “Si grazie” riponendo ugualmente la vaschetta con le ali nel cestino. Forse la mia cosa peggiore era proprio quel senso di ostilità, un languido continuativo, insulso, perseverante senso d'ostilità verso gli altri.
Consegnando il cartellino avevo lasciato cadere, nel silenzio di un cassetto in dirigenza, pure la mia umanità; non riuscivo a riconoscere nessuna forma di solidarietà, il silenzio del mio senso di comunanza perseverava in una sordida ostilità. Nonostante ne fossi a conoscenza sembravo assuefatto alla cosa, immobilizzato all'evidenza negativa. Ero divenuto simile a quelli che adesso pensavano di poter fare a meno di me e forse era ciò a rendere il licenziamento tanto insopportabile.
Tornai a casa, cucinai con gioia il pollo e per festeggiare aprii anche una birra, ne sentii lo sfiato. Ero cosciente, consapevole che prendersela con i volatili alla lunga non serve a nulla.
Vincenzo Estremo
per altro cambio su Chair King



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